Oggi, 20 giugno, si celebra la Giornata Mondiale del Rifugiato. Quest’anno, però, è difficile vivere questa ricorrenza come un momento di sola sensibilizzazione o celebrazione. Negli ultimi mesi abbiamo assistito all’approvazione del nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, accompagnato da un dibattito pubblico sempre più segnato da linguaggi di chiusura e contrapposizione. Le immagini arrivate nei giorni scorsi dal Parlamento Europeo, con esponenti politici che gridano “Send them back”, restituiscono con forza il clima che attraversa oggi l’Europa: un continente che sembra sempre più impegnato a discutere di come fermare le persone in movimento, invece di garantire il diritto alla protezione a chi è costretto a lasciare il proprio Paese d’origine.
Allo stesso tempo continuiamo ad assistere, con impotenza, ai conflitti e alle violenze che attraversano molte parti del mondo. Dalla Palestina al Sudan alle tante crisi meno raccontate dai media, milioni di persone continuano a essere costrette ad abbandonare la propria casa, i propri affetti e la propria quotidianità per cercare sicurezza altrove.
Il diritto alla protezione, tuttavia, non si misura soltanto al momento dell’arrivo. Si misura anche nella capacità di garantire condizioni di vita e di lavoro dignitose. Le tragiche morti di Bakary Sako e dei braccianti di Amendolara ci ricordano che il tema non riguarda soltanto l’accoglienza o il riconoscimento di uno status giuridico. Riguarda la capacità di garantire diritti, sicurezza e dignità alle persone una volta arrivate nei nostri territori. Tragedie che ci interrogano sulla qualità delle nostre comunità e sulla responsabilità collettiva di contrastare sfruttamento, marginalità e invisibilità.
Molte delle persone che ormai da troppo tempo vengono raccontate come “un’emergenza”, sono in realtà parte integrante della nostra società. Lavorano nei campi, nell’assistenza alle persone anziane, nella logistica, nella ristorazione, nell’edilizia, nei servizi e in molti altri settori essenziali per la vita economica e sociale del Paese. Il loro contributo è spesso indispensabile, ma purtroppo non sempre accompagnato dal riconoscimento dei diritti, da condizioni di lavoro dignitose e da reali opportunità di partecipazione.
Per questo, parlare di rifugiati significa parlare anche di lavoro. Di lavoro tutelato, non sottopagato, Significa interrogarsi su come evitare che la vulnerabilità diventi terreno fertile per nuove forme di sfruttamento.
Come C.S.A.P.S.A. incontriamo ogni giorno persone rifugiate e richiedenti asilo nelle diverse progettualità che realizziamo: nei corsi di formazione, nei percorsi di orientamento, nelle attività di accompagnamento al lavoro e nei progetti costruiti insieme ai servizi, alle aziende e ai territori.
Emerge con chiarezza che l’inclusione lavorativa non riguarda soltanto la persona che cerca un’opportunità, ma è un processo collettivo che coinvolge l’intero tessuto sociale ed economico. In una fase storica in cui il diritto alla protezione e all’accoglienza appare sempre più fragile, riteniamo fondamentale continuare a costruire occasioni di incontro, riconoscimento reciproco e partecipazione. Il cambiamento avviene insieme e riguarda la qualità delle comunità in cui tutti viviamo.